29 Maggio 2018

Stalking condominiale

Un argomento che merita la nostra attenzione, sicuramente è lo stalking condominiale, costituisce una particolare applicazione giurisprudenziale della figura criminosa, prevista dall’art. 612 bis c.p. – atti persecutori – e finalizzata a reprimere le condotte persecutorie che possono avere luogo nell’ambito del condominio, in cui spesso nascono rancori e numerose incomprensioni.
In genere le condotte richieste dalla norma si realizzano con telefonate mute scampanellate, rumori molesti, dispetti, ingiurie, minacce, messaggi ed altro ancora a danno di uno o più condomini.
Invero, la Suprema Corte (vedasi Cass. penale sez. v del 25 maggio 2011 n. 20895) ha ritenuto applicabile la fattispecie criminosa di cui all’art. 612 bis c.p. al contesto condominiale.
Ai fini della configurabilità del reato di stalking, delitto introdotto con l’art. 7 del d.l. del 23 febbraio del 2009 (misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché, in materia di atti persecutori) sotto l’aspetto oggettivo è necessaria l’esistenza di condotte reiterate di minaccia o molestie ovvero condotte persecutorie, mentre, sotto l’aspetto soggettivo il dolo generico consistente nella volontà e coscienza si porre in essere ogni singolo atto e le relative conseguenze
Secondo la Corte di Cassazione è sufficiente che il fatto sia costituito da solo due condotte di minaccia o di molestia per soddisfare il requisito della reiterazione richiesto dalla norma.
E’ richiesto altresì che le predette condotte siano idonee a determinare nella vittima un grave stato i ansia e di paura per la propria incolumità, tali da costringere a cambiare il proprio modus vivendi.
Il caso dal quale è tratto il presente articolo trae origine dalla presentazione della querela di una condomina nei confronti di più condomini per presunti atti vessatori, intimidatori ed aggressioni fisiche e verbali reiterate nel tempo, idonei a rendere intollerabile la vita quotidiana.
E’ bene tenere presente che in tema di valutazione della prova, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale le dichiarazioni della persona offesa, specie se costituitasi parte civile non godono di alcuna presunzione di credibilità, talchè il Giudice deve eseguire una rigorosa verifica di attendibilità intrinseca ed estrinseca del racconto accusatorio.
In particolare, la Suprema Corte (vedasi Cass. penale sez. III sentenza del 30 settembre 2014n. 45920) ha ritenuto che le dichiarazioni della vittima di un reato possono essere da sole sufficienti a determinare la condanna dell’imputato purchè superino il vaglio positivo di credibilità oggettiva e soggettiva.
Tale controllo ha una funzione di garanzia, atteso che la persona offesa è portatrice di un interesse che potrebbe determinare una interferenza sulla tenuità delle deposizioni.
A differenza del processo civile, in cui l’interesse alla causa nel processo civile determina l’incapacità a testimoniare, nel processo penale è ammissibile anche testimonianza della persona offesa, la cui attendibilità deve sottoposto ad un attento controllo.
Tutto ciò a maggior ragione va fatto quando si tratta di questioni riconducibili a soggetti, come quali condomini, tra cui spesso sorgono confitti per diversi motivi anche futili per la gestione delle parti comuni..
A parte ciò, in ogni caso, occorre una attenta valutazione circa la gravità delle condotte e della loro idoneità a rappresentare una minaccia credibile di pericolo incombente, al fine di evitare l’abuso del ricorso alla figura criminosa di cui all’art. 612 bis c.p.
Nel nostro caso, il GUP del Tribunale di Catania facendo proprio il predetto orientamento giurisprudenziale non ha ritenuto attendili le dichiarazioni della persona offesa, contenute nella querela presentata in quanto prive di alcun riscontro.
Il Giudice ha così prosciolto gli imputati in applicazione del canone di giudizio di cui all’art. 425 c.p.p. ritenendo comunque gli elementi acquisiti idonei a sostenere l’accusa in giudizio.